Il panico è il lungo dove l’indicibile acquisisce un senso

La maggior parte delle persone descrive la crisi d’ansia o l’attacco di panico come la perdita improvvisa del controllo su ciò che viene considerato scontato e abituale.

Il respiro viene a mancare, le gambe tremano, si avverte un senso di disorientamento e l’ambiente diventa pericoloso, minaccioso e ostile.

Questo insieme di sensazioni inaspettate e apparentemente inspiegabili gettano l’individuo nel terrore panico.

L’esperienza che la persona sta vivendo è nuova, anche se può non sembrarlo, e le risorse necessarie per affrontarla sembrano in quel momento scomparse o inaccessibili.

Ciò che sente è solo paura senza spiegazione.

Quello che succede è che la persona avverte in modo improvviso e inconsapevole l’impossibilità di fidarsi di sè e di ciò che lo circonda.

Come mai accade questo?

Una delle ipotesi più accreditata è che alla base della crisi d’ansia e dell’attacco di panico ci sia un’esperienza traumatica che però non ha trovato, nel suo tempo, il modo per essere vissuta.

E’ stata sepolta, negata per difesa dalla persona che l’ha vissuta e viene riattivata dalla situazione presente.

Il panico quindi, per quanto doloroso e spiacevole, da un senso e permette anche all’indicibile di essere espresso.

Attraverso il lavoro di traduzione di senso dell’attacco di panico e della crisi d’ansia anche l’esperienza traumatica può essere infine narrata e quindi trasformata in ricordo, in memoria dolorosa che però può essere respirata e infine metabolizzata.

 

 

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Parole per descrivere emozioni sconosciute

Per ritrovare il respiro quando gli eventi della vita fanno serrare la gola e piegare le ginocchia è necessario trovare le parole adatte per descrivere ciò di cui si sta facendo esperienza. L’ansia e il panico sono quasi sempre eventi inaspettati. Spesso mi sento dire “non pensavo che mi sarei sentita così”, oppure ancora “non capisco cosa mi sta succedendo”. Trovare uno spazio sicuro e calmo aiuta a guardare al caos per trovargli un senso e, in questa sua narrazione, le risorse che ogni persona ha per passarci attraverso, anche con dolore, ma senza terrore.

Cominciare a giocare con le parole, inventarne di nuove, come racconta John Koenig in questo TED, è un buon modo per dare la possibilità a qualunque esperienza di essere raccontata.

Connessi, ma soli? Adolescenti e social network. Parliamone ancora

II Incontro giovedì 23 giugno ore 18-20

Diversamente dai loro genitori i ragazzi di oggi sono cresciuti con Internet e questo spesso rende agli adulti difficile comprendere ciò che strumenti come i social network rappresentano per gli adolescenti.

Il vasto mondo del web è uno strumento di conoscenza, ma come si può riconoscere il confine tra un giusto utilizzo, uno eccessivo e un pericolo di dipendenza e alienazione emotiva? Quali sono gli indicatori di comportamento utili per riconoscere se il proprio figlio si sta nascondendo dietro l’illusione di connessioni solo virtuali o se sta semplicemente usando gli strumenti del suo tempo per creare relazioni?

Informazioni monica.burato@gmail.com

Prenotazioni Corpo e Psiche 0632650598

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I terribili 2 (anni) e (quelli che gli adulti chiamano) i capricci dei bambini

Quando parliamo dei capricci dei bambini è importante ricordare che il modo in cui i bambini sono immersi nel mondo e di conseguenza ne parlano, è molto diverso da quello di un adulto. La ricerca scientifica su questo tema è abbastanza recente per cui quanto si può dire oggi su come i bambini comprendo il mondo non è tanto una nuova moda educativa, così come lo sono state quelle che hanno accompagnato le generazioni precedenti, quanto i risultati di migliaia di osservazioni e studi fatti sui bambini e sui loro genitori. Quindi cosa possiamo raccontare di nuovo su cosa succede ad un bambino durante il periodo che viene comunemente chiamato “I terribili due”? I genitori spesso arrivano in consultazione con l’aria esausta e ciò che più spesso dicono è di non riconoscere più il loro dolcissimo bambino, che pare essersi svegliato una mattina affetto da una stranissima forma di tirannia acuta. I genitori si dicono esausti e, prima ancora che io faccia alcune domande per comprendere cosa sta accadendo, dichiarano di aver tentato tutto e che questo tutto ovviamente non ha funzionato.

Quando un genitore verbalizza questo, in realtà alle mie orecchie sta dicendo che si sente molto frustrato, che fa un’enorme fatica a prendersi la sua parte di responsabilità in questa relazione improvvisamente conflittuale e che soprattutto rivuole indietro il suo dolce bambino. Ahimè questa fase, i terribili 2, accade in un momento molto delicato dopo che i genitori sono sopravvissuti alle coliche, ai primi denti, allo svezzamento, ai risvegli notturni e stanno finalmente tirando il fiato.

Quindi non stupisce che non siano tanto disponibili a ricominciare da capo un altro capitolo. Il fatto è che fino a quando i bambini non se ne andranno di casa (si spera intorno ai 20 anni) questi cambiamenti saranno inevitabili ed è quindi necessario, anche se faticoso per i genitori, allenarsi in flessibilità e gestione dell’imprevisto.

Casa accade quindi ai bambini intorno ai 12-24 mesi? Cosa significano dunque i loro No, la loro repentina opposività, le crisi di rabbia e le altre tempeste emotive?

Per prima cosa i bambini intorno ai 12-24 mesi utilizzano una posizione oppositiva per esprimere e affermare il proprio Sè. In altre parole quello che loro vogliono dire quando dicono No è in realtà Io, o meglio Io esisto e quindi voglio poter scegliere. Dico NO così tu genitore mi darai la possibilità di scegliere e in questo modo mi mostrerai rispetto. Ecco perché proporre un paio di alternative ad un bambino invece che un divieto assoluto è decisamente più efficace e funzionale sia alla costruzione dell’identità del bambino della sua coscienza e della sua autonomia, sia di una relazione basata sull’autorevolezza del genitore e non sulla sua autorità. Un tempo i genitori imperavano con la paura ma questa, come il mondo testimonia, non è esattamente una strategia educativa efficace.

Sempre intorno a questi mesi i bambini percepiscono una maggiore autonomia motoria e di coordinamento che li porta quindi a sperimentare il mondo in modi via via più avventurosi. I genitori sono quindi chiamati a intervenire per confinare questa esuberanza, in primis per la sopravvivenza stessa del loro bambino.

Ora credo sia importante per i genitori sapere che a questa età i bambini, anche se hanno cominciato a verbalizzare parole comprensibili e frasi composte (Io qui, Mamma palla, etc), ancora non capiscono la negazione. Ossia non capiscono l’inibizione dell’azione perché non sono ancora in grado di creare dei concetti. Detto ancora meglio non andare per loro significa andare, non toccare per loro significa toccare eccetera. La negazione del movimento è una comprensione ancora troppo sofisticata, per cui prima di ricorrere a soluzioni coercitive, si può sperimentare una variazione del linguaggio come ad esempio stai vicino, questo è pericoloso, scotta, brucia eccetera. E’ comunque un buon esercizio e aiuta gli adulti a recuperare un po’ di vocabolario perduto. Anche lo sguardo che molti genitori interpretano come una sfida da parte dei loro bambini è un grande fraintendimento. Prima dei due anni l’intelligenza dei bambini si basa principalmente su esperienze di movimento e tatto, per cui se il vostro bambino farà o toccherà subito ciò che gli avete appena vietato sarà per verificare di aver capito ciò che gli avete appena chiesto e non certo per “farvi venire i nervi” o mancarvi di rispetto.

Che dire infine degli scatti di rabbia improvvisa, dei momenti di distruttività incontrollata e delle infinite sequenze di questo, questo, dammi, ecco, questo, mio eccetera?

I bambini sono delle spugne e assorbono tutti gli stimoli che gli adulti propongono loro. Non hanno ancora però sviluppato un centro di controllo e selezione e non sanno ancora fermarsi quando sono stanchi. Può quindi essere utile limitare l’esposizione a stimoli alla fine della giornata o aiutare il bambino a concentrarsi su una cosa alla volta. Se per esempio dovete andare al supermercato dopo le 5 del pomeriggio e volete uscirne ancora di buon umore fatevi aiutare dal vostro bambino a mettere le verdure nei sacchetti a scegliere quali biscotti comprare tra una selezione già fatta da voi. I bambini infatti mostrano la confusione emotiva e la stanchezza con il corpo per cui ciò che vedete è esattamente come stanno, e non potrebbe essere più chiaro, ma proprio perché sono piccini non hanno ancora le parole per spiegarvelo.

Un po’ di bibliografia

Jean Berko Gleason, The Development of Language (Allyn & Bacon, 1996).

Kathy Hirsh-Pasek, The Magic and Mystery of Language in the First Three Years of Life (Penguin, 1999)

Selma H. Fraiberg, The Magic Years: Comprendere e gestire i problemi della prima infanzia (Paperback 1996)

T. Berry Brazelton e G. Ferrari , Il bambino da zero a tre anni. Guida allo sviluppo fisico, emotivo e comportamentale del bambino (Rizzoli 2009)